IL MONDO NUOVO di Aldous Huxley

“Lei chiese la vita eterna.
Lo Spirito fu d'accordo.”
Apocrifo di Giovanni

È, la ricerca della felicita, il kernel attorno al quale ruota l’intero impianto narrativo e filosofico del “Mondo nuovo” di Aldous Huxley.

Il cui postulato dice che tutto ciò che l’uomo fa, tutto ciò che pensa e a cui pensa, tutto ciò che intraprende dalla nascita alla morte è orientato a conseguire la felicità. O, almeno, il piacere. Se ne richiede una prova? La ricerca della felicità costituisce uno dei diritti inalienabili riconosciuti agli uomini dalla Costituzione degli Stati Uniti e dall’art. 13 della Carta giapponese mentre riferimenti analoghi, spesso espliciti, sono presenti nella Carta dei diritti dell’uomo e in innumerevoli documenti, statuti, Carte, testi, riflessioni filosofiche dovunque si tratti di diritti umani. Fate attenzione: i documenti fondamentali appena citati non attribuiscono alla felicità lo statuts di “diritto”.

Anche perché in tal modo lo Stato dovrebbe impegnarsi a realizzare la felicità per tutti i cittadini, impresa al di sopra delle capacità presenti e future, di qualsiasi istituzione. Lo Stato si limita, con ragionevole disimpegno, a garantirne il “diritto alla ricerca”. Ognuno, se può, se la procuri da sé.
Costruendo il suo mondo nuovo, la sua società futura, Huxley ipotizza una società nella quale lo Stato garantisce nei fatti (vedremo in quali termini) la felicità di ciascun membro. In tal modo l’autore, produce un’operazione dai caratteri apparentemente ambigui e amorali che può essere inserita nel filone della narrativa distopica.

Nel “Mondo nuovo” il rigido meccanismo controllato dal governo planetario non concede spazio per l’imprevisto, né per quella che noi chiameremmo “libertà individuale”. Tutto è controllato, dal periodo prenatale fino alla morte, la cui sopravvenienza è prestabilita fin dall’inizio di ogni vita. Ed è per tutti identica nei modi e nelle forme. Un meccanismo dispotico, per noi che nel “mondo reale” della democrazia rappresentativa abbiamo imparato a pensare la libertà come bene inalienabile. Kant, che di queste cose se ne intendeva, aveva scritto che …”ognuno può ricercare la sua libertà per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo”… L’evidente e certamente voluto contenuto aporetico della massima kantiana introduce un vincolo strettisimo fra individuo e società nel cui ambito il concetto di libertà può essere spostato a piacere in avanti o indietro. Ciò significa che l’ipostasi chiamata Libertà è, hic et nunc, irraggiungibile. Viviamo e vivremo sempre insomma in libertà condizionata.

Le difficoltà iniziano (e questo Huxley lo sa benissimo anche se non lo dice esplicitamente) quando ci si pongono le prime domande: che cos’è la libertà? Come la si può raggiungere? Quale libertà è possibile e quale è solo auspicabile? È possibile essere felici senza essere liberi? O liberi senza essere felici? L’ombra ambigua del “Contratto sociale” si libra sull’abisso.
La risposta dell’autore (pur che si legga in assenza di pre-giudizi) è inequivocabile e radicale: sì, è possibile. Anzi, solo in assenza di libertà è possibile essere in qualche modo felici, almeno in questa vita. Perché, lo si voglia o no, la libertà come ideale astratto non esiste. E, sub specie concreta, ha sempre un prezzo, è sempre il risultato di uno o più compromessi. Nel mondo nuovo, non c’è dubbio, si è certamente felici. Una felicità primordiale, antelucana. La felicità che prova l’embrione nel tepore umido e rassicurante della placenta custodita nel grembo materno. La felicità che regna nei paradisi artificiali (artificiali?) prodotti dal Soma, sostanza psicotropa che annulla lo spazio - tempo euclideo e dona l’accesso all’eternità relativistica del sogno. La stessa felicità dalla quale Ulisse strappa i suoi compagni di avventura sottraendoli ai dolci vincoli amnestici dell’isola dei lotofagi.

Huxley descrive, qui, una felice e totale assenza di libertà. La stessa felicità goduta dai protoadamitici ai quali nulla era negato ad eccezione della libertà di accedere ad un frutto. Uno solo fra mille, minuscolo, insignificante prima di essere indicato ma fatale, poi, anche per tutta la futura stirpe degli umani. Ogni redenzione, in questa vita, è impossibile. C’è un prezzo da pagare, sempre e per sempre: nel Mondo nuovo gli uomini vivono felici ma muoiono giovani.
La controprova? Il mondo dei selvaggi, dove l’occhio vigile di Mustafa Mond non penetra troppo in profondità, dovrebbe rappresentare l’alternativa naturale e libertaria (liberista?) alla società pianificata e fondamentalista nella quale gli uomini si muovono come ingranaggi stupidi di un macchinismo apparentemente senza senso. Ma guardatelo con attenzione John. La sua ricerca della felicità, in quella società dai tratti primitivi e troppo simile alla nostra, è davvero un “valore alto”? John è davvero libero di cercare il suo meglio? Oppure il suo dio lo vincola con legami ferrei ad officiare i riti di una religione disumana e mostruosa almeno quanto quella di cui Mond è gran sacerdote? La differenza reale fra i due mondi è molto semplice: nel primo si è felici per così dire senza saperlo. Nell’altro, metafora palese del nostro, si è infelici avendo piena coscienza della tragedia nella quale siamo immersi. Certo non si nasce predestinati geneticamente a una classe o a un mestiere. In compenso nel mondo selvaggio si nasce per caso, si vive per caso, si soffre e si gioisce per caso.

Ma la fine, certo solo lei, non è determinata da un evento casuale, non è mai aleatoria: si muore sempre necessariamente al termine di una catena il cui inizio e fine sono assolutamente deterministici. Non conta la meta, dice il saggio, ma solo il percorso, la via, il tao. Il fondamento consolatorio della massima è del tutto evidente. Tuttavia, sembra dirci Huxley, siamo convinti di essere costruttori di destini, del nostro in particolare. Anche se c'è un unico destino per tutti, fin dalla fondazione del mondo. E questo viene chiamato libertà. Emergono in realtà, violenti e numinosi, i tratti della “possente Ananke”, la divina necessità alla quale anche i più potenti fra gli dei devono adeguarsi. Questo è il “mondo vecchio” visto e descritto da Huxley. Quello nuovo, se verrà, deve ancora venire.

ELIO SPADA

 

 

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