CRONACHE MARZIANE di Ray Bradbury

UN LIBRO IN BIBLIOTECA
Il diavolo
si nasconde
nei dettagli

Anonimo

Come è ampiamente noto anche ai suoi più distratti ed occasionali lettori, Ray Bradbury, morto a 91 anni nel giugno del 2012, non amava i particolari.

Fossero o no celati dentro infundiboli satanici. Le sue opere più significative, infatti, pur appartenendo di fatto e di diritto al genere letterario denominato fantascienza, certamente non abbondano nella precisione di descrizioni tecno-futuribili.

Caratteristica invece presente in gran parte degli altri autori di science fiction. Più fiction che science, insomma, nell'universo, incredibile ma possibile, dell'autore di “Fahrenheit 451”. Il quale, infatti, sembra non amare la tecnologia. Le sue astronavi (o, per dirla con lessico soviettista, cosmonavi) non sono che semplici “razzi”. Di ciò che contengono e che li fa muovere; degli strumenti di navigazione e di sopravvivenza utilizzati dagli uomini per i loro lunghissimi viaggi cosmici; delle armi supertecnologiche e delle propulsioni iperfotoniche di cui abbondano spesso altre storie a base di raggi della morte, viaggi nel tempo e alieni variamente configurati, Ray Douglas Bradbury poco o nulla ci dice, quasi che questo volto del futuro non lo riguardi.

E di tutto il viaggio lungo 60 milioni di chilometri compiuto dalla seconda spedizione terrestre su Marte, non rimane che la distillatissima sintesi elaborata dal capitano Williams a beneficio dell'ottusa indifferenza di una casalinga marziana: “Terra, razzo. Uomini. Trasvolata. Spazio interplanetario”. Troppo poco. O troppo, forse. La seconda spedizione si concluderà nel manicomio diretto da uno psichiatra marziano che legge in chiave paranoica tutto ciò che dice il comandante Williams.

Ovviamente finirà in tragedia Attenzione, segue piccolo spoiler): lo psichiatra, l'unico, vero paranoico, si toglierà la vita in omaggio alla propria incrollabile certezza nella realtà della paranoia. Una realtà che James Hillman attribuisce a costruzioni del tuytto autonome della psiche che è in grado di produrre “....malattia, stati morbosi, disordine, anormalità e sofferenza in qualsiasi aspetto del suo , comportamento e di esperire e immaginare la vita attraverso questa prospettiva deformata e tormentata”. (J. Hillman: “La vana fuga dagli dei”, pag. 91-92. Adelphi)

Bradbury è efficacissimo nel rappresentare la caratteristica fondamentale del solipsismo psicologico autoreferenziale che caratterizza l'homo sapiens sapiens quanto il suo omologo marziano: la paranoia, appunto. In base alla quale se, oggi, qualche milione di individui segue alla lettera le prescrizioni di una voce proveniente da un roveto dato alle fiamme tremila anni fa, si tratta di religione. Ma se alcuni raccontano di essere stati rapiti dagli alieni e portati su un altro pianeta di un altra galassia, si tratta di pensiero delirante. Alla cui base c'è sempre una presunta verità rivelata. La verità costituisce dunque un concetto statistico?

Le parole, Bradbury lo sa bene, sono ambigue, spesso indecifrabili, quasi sempre pericolose. Per questo utilizza una terminologia tragicamente e volutamente disadorna. “Cronache marziane” non rappresenta un'eccezione. Siamo dunque lontani anni luce tanto dalla robotica asimoviana e dal teletrasporto di Star Trek quanto dalla propulsione gravitazionale della “Meteora” di R. Bessiére (“La crociera della Meteora”; Urania, 1957 [o 1958?]) e dalla devastante paranoia cibernetica del clarkeiano, poi kubrickiano, Hal 2000.

Basta una sia pur rapida, tuttavia esemplare, lettura del breve racconto “Ora zero” (“Le meraviglie del possibile”; pagg. 609 -620. Einaudi, 1959) . Qui i bambini costruiscono un rudimentale ma efficiente “stargate” (nihil novum sub sole) a base di fili elettrici, tubi, non meglio precisati “esagoni” e “triangoli”, cucchiai, forchette ed utensili vari, per consentire ad un popolo alieno di invadere la terra e sterminare gli adulti. Come ciò accada e sia tecnicamente possibile si può sforzare di stabilirlo il lettore tramite adeguata e personale decriptazione della narrazione aforistica. All'autore de “Il pedone”, (in “Il secondo libro della fantascienza” , pagg. 323 - 330. Einaudi, 1961) racconto intenso dal retrogusto intensamente orwelliano, in definitiva, interessa la meta, non il percorso. Chi cerca la mappa può farlo da sé.

Ma se risponde al vero l’assunto riferito in epigrafe, è altrettanto vero che, ciononostante, Bradbury, nel Maligno certamente e fermamente credeva. Da ogni pagina, si potrebbe dire da ogni riga di “Cronache marziane” esala intenso l’aroma sulfureo attribuito dalla tradizione popolare all’Avversario. A partire, naturalmente dall’incipit della prima Cronaca, dove nel breve spazio di un istante il rigido inverno ghiacciato dell’Ohio viene spazzato via dall’”estate del razzo” e dalla “…calda aria del deserto che mutava i ghirigori di ghiaccio sulle finestre, cancellava l’opera d’arte.”. Tipico dell’opera satanica sorprendere le anime distratte dai piaceri del mondo, trasformando ex abrupto i nostri ozi di Capua in affannose fughe dall’abisso infuocato. O ghiacciato; il che, come insegna padre Dante, idem est.

L’inferno di Bradbury alligna anche nel soffio incandescente del razzo, esalante “…scoppi d’aria rovente”, in partenza per il pianeta rosso; nelle fiamme ctonie con le quali la massaia marziana (adeguatamente ed ovviamente dotata come il marito di occhi giallo zolfo) cuoce il cibo all’interno di una “…casa a colonne di cristallo…”, materiale satanico per eccellenza in grado di deformare la realtà, frantumare la luce, spezzare la continuità dei corpi, dissimulare, alterandolo, il vero. In altri termini il Diavolo produce visioni paranoiche.

Lux fuit. L’opera luciferina si cela, ancora, nel panorama desertico del quarto pianeta dove l’orizzonte viene lacerato da una “…cittadina marziana, bianca e ossuta come un teschio…”. La Malefica serpe, come tutti sanno, si manifesta sempre sotto mentite spoglie. Infatti agisce con insidiosa protervia persino nel vissuto onirico della signora Yll: “Ho sognato un uomo.” , confessa al marito. Eccolo, il Mentitore in persona, sub specie viri, intento ad inoculare nell’innocenza marziana il desiderio di un nemico romanticamente attraente, perché parla “…con molta dolcezza.”. Desiderio destinato a diffondersi con la rapidità letale di un virus chiamato gelosia venuto dallo spazio. Profonda, sconvolgente, feroce gelosia di un sogno che è premonizione e che l’innocenza femminile di Ylla esprime con tenera, evangelica xenolalia. Otello dagli occhi d’oro non uccide Desdemona dagli occhi come “…gialle monete…” ma il suo sogno d’amore: si chiama Nathaniel York e viene dal terzo pianeta, il “Terzo dal sole”(in Richard Matheson,“Il secondo libro della fantascienza”, pagg. 409 - 419. Einaudi, 1961.)

Il satanico Bardbury non ferma la mano e continua a colpire con poetica determinazione e come ogni poeta che si rispetti supera con un balzo i confini del credibile (stiamo parlando di fantascienza, no?) e prosegue nel tratteggio di un grandioso, farneticante, intollerabile, commovente affresco. Il virus dilaga. Tutti (le donne e i bambini, soprattutto) iniziano a cantare, sussurrare, parlare in un lingua sconosciuta ma che tutti capiscono mentre “Sopra le colline azzurre, altissima nel cielo, s’accese una stella verde.”. Paganissima cometa annunciante l’Avvento dell’uomo:“Una cosa terribile avverrà domattina.”: la seconda spedizione su Marte, del cui esito tragico abbiamo già parlato. Umani terrestri al cospetto di umani marziani. Tutto il cosmo è paese sospetta Bradbury.
Marte è soltanto una Terra, anzi, un'America diversa ma non troppo. A sessanta milioni di chilometri dal pianeta azzurro una casalinga marziana impreca in perfetto inglese contro impettiti visitatori in uniforme appena scesi da un’astronave terrestre: “Tutto questo fango! Via di qua. Se proprio vuol mettere piede in casa mia, si pulisca le scarpe prima!”. Segue, poche pagine più avanti, un irresistibile dialogo fra sordi. In fondo perché no? Anche questo sanno fare i poeti. Anche Kafka, tutto sommato, faceva della fantascienza. Gli scettici si rileggano “Il castello” e le dis-avventure del più sfortunato e kafkiano agronomo della storia. Il reverendo Charles Lutwidge Dodgson non era da meno.

La colonizzazione di Marte avanza senza sosta, proprio come accadde sulla Terra dopo Cristoforo Colombo. E i marziani, come le popolazioni centramericane, cercano di difendersi dai nuovi conquistadores. È così che pure la terza spedizione finirà male. Anche qui Bradbury è maestro nel descrivere le ambiguità di una lettura paranoide della realtà. L'astronave atterra in un mondo identico a quello da cui proviene in tutti i particolari nei quali, come abbiamo visto, si cela il Maligno. Un diavolo marziano che agisce per legittima difesa contro i colonizzatori sul cui pianeta sta per esplodere una guerra atomica devastante. I poteri ipnotici dei marziani fanno credere ai terrestri di trovarsi in una fotocopia dell'America dalla quale provengono. ”...siamo a Green Bluff, Illinois, sul continente americano, fra gli oceani Pacifico e Atlantico, in un globo detto il mondo e talvolta la Terra. Ora se ne vadano. Buongiorno.” sbotta seccamente la signora seduta sulla poltrona a dondolo.

L'equipaggio del razzo elabora molte ipotesi su questa incredibile circostanza e alla fine ricorre alla spiegazione psicologica partendo dal presupposto che i voli spaziali sulla Terra fossero iniziati molti decenni prima all'insaputa delle popolazioni e che su Marte siano stati ricostruiti gli Stati Uniti per difendere gli emigranti dagli effetti psicologici negativi legati alla lontananza dalla terra d'origine: “La donna che abbiamo visto poco fa è convinta di vivere sulla Terra. È questa convinzione che protegge la sua sanità mentale. Lei e tutti gli altri abitanti di questa cittadina sono i
pazienti del più grande esperimento d'emigrazione e ipnosi su cui poseremo mai gli occhi....”. Il capitano Black e i suoi uomini non lo sanno ma i pazienti di quell'esperimento sono proprio loro. Qui ancora una volta, Bradbury indica l'ambiguità del reale: che cosa è “vero” e che cosa non lo è? Il mondo indotto
dall'ipnosi appartiene alla sfera psichica o virtuale, oppure quello che i terrestri vedono, sentono, toccano, vivono sia pure come proiezione psichica indotta, è una realtà “vera”? Il mondo di Matrix verrà molti decenni dopo.

È forse il caso di ricorrere brevemente a Jung secondo il quale: “La fisicità non rappresenta il solo criterio di una verità.”(C. G. Jung: “Risposta a Giobbe”, pag. 3. Bollati Boringhieri, 1997). Come dire che un a realtà non è meno reale soltanto perché è psichica.
La tragedia si consuma rapidamente e anche la terza spedizione farà la fine delle prime due. Ma dopo l'eliminazione di tutti i membri dell'equipaggio, anche se la necessità di una realtà indotta ipnoticamente sarà cessata, i marziani continueranno ad “imitare” i terrestri e ad inumare salme: “I feretri furono calati nelle fosse. Qualcuno mormorò sulle ォinattese e subitanee morti di sedici valorosi durante la notte.サ.” Ma allora qual è la differenza tra realtà e paranoia? Bradbury non ha dubbi e spiega, parafrasando Hegel, che il virtuale è reale e il reale è virtuale.

Le «Cronache» si concludono con un altro «suicidio»: quello dell'umanità decimata dalla guerra atomica. Su Marte, le popolazioni autoctone sono ormai scomparse, sostituite da purissime essenze spirituali che si manifestano ai padri evangelizzatori nella “Cronaca” datata novembre 2002. Gli Antichissimi sono ormai privi di corporeità e di peccato e non più soggetti al desiderio né all'affanno dei sensi. Vivono nella beatitudine eterna di un altrove senza spazio né tempo (il Paradiso non viene mai nominato). Il suolo del pianeta rosso ospiterà una sola famiglia di terrestri fuggiti dalla catastrofe nucleare del pianeta azzurro dove la battaglia di Armageddon, in realtà, ha visto Satana uscire vincitore e padrone del pianeta..

La distruzione volontaria del razzo che ha portato i terrestri su Marte costituisce il colpo di grazia con il quale Bardbury giustizia ogni possibile ottimismo sul futuro dell'umanità. Tutti i coloni terrestri hanno lasciato Marte in una disperata anabasi per tornare ad ataviche dimore invivibili, ad un disperato domani. Restano solo Timothy, Michael, Robert e i genitori. Poveri, piccoli Robinson Crusoe che nessun veliero verrà mai a soccorrere. Gli unici, veri marziani, adesso, sono loro. Indietro non si può andare. Forse neppure avanti.

ELIO SPADA

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