BAOL di Stefano Benni

...Nelle società selvagge e barbare
molti capi e re sembrano
dover in gran parte la loro autorità
alla loro reputazione di mago
J. G. Frazer, "Il ramo d'oro"

Non è facile scrivere una storia in perfetto stile baol. Intanto è necessario essere grandi maghi proprio come ci hanno insegnato, con suprema teleingordigia, a Zelig: mai accontentarsi della battuta, dell'effetto, dell'insinuazione pruriginosa, della gag semitrasparente. Tutto deve emergere in piena luce; solare o artificiale non fa differenza. E Benni è un grande mago. Ma non solo: è un grande mago baol, qualunque cosa possa significare l'indecifrabile attributo. Anche se nutro il forte sospetto che non voglia dire un bel niente. Però funziona.

Prendete, insomma, una parte di magia baol, di quella vera e fragrante di nostrana faccia tosta; aggiungete un pizzico di fantasia (meglio se due pizzichi); completate con due parti di feroce critica socio-politico-moral-multimedial-pasoliniana. Infine aggiustate con una bella spolverata di Blade runner, Guerre stellari, Nirvana (non il paradiso del nulla buddista ma quello del film di Salvatores del 1997 ma con sette anni di anticipo) e, inevitabilmente, Higlander. C'è persino un po' di Orwell. E anche Matrix (qui la preveggenza si fa inquietante). Infatti il mondo di Baol è virtuale. In fondo, sembra dirci Benni, forse siamo tutti virtuali, anche se non ce ne rendiamo conto. Amore, odio, piacere, dolore, vita, morte, peccato e virtù, coscienza e autocoscienza, debiti e crediti, dittature e democrazie: tutto appartiene al mondo che non c'è. O, meglio, al mondo che finge di esserci. A cavallo fra Eraclito e Parmenide, tanto per capirci.

Proprio come Melchiade Saporog'zie Bedrosian

La storia comincia da una decrepita attrice porno in vena di ricordi incontrata in una «...tranquilla notte di regime...». Un regime che, come tutti i regimi, piega la realtà alle proprie esigenze. Insomma virtualizza un mondo che è già virtuale. Grazie all'opera indefessa del «Compositore» Atharva il cui compito diabolico (infatti lavora sottoterra, all'Inferno) consiste nel modificare filmati originali per ricomporli con sapiente montaggio in servizi televisivi e/o cinematografici graditi al regime. Insomma cose che accadono anche nella realtà non virtuale (non?) di casa nostra.
Alla fine, dopo numerose peripezie, Baol ce la fa riuscendo anche ad evitare il duello mortale al quale l'aveva sfidato Atharva (colpo di scena: il Compositore è un mago Baol ribelle) poiché «...quando due Baol sono nemici devono combattere finché uno solo resterà.».

Non resterà, nulla, ovviamente. Saporog'zie Bedrosian Baol scoprirà solo alla fine di essere un personaggio virtuale, non più reale dei pacman o dei guerrieri generati e guidati dalle playstation. Il re-mago coincide con la sua magia, gioco infinito di infinite riflessioni speculari. L'unica realtà solidamente efficace, sembra suggerire il testo, è la risata che, prima o poi, bakuninianamente, ci seppellirà tutti. E forse, quando accadrà, non risorgeranno i corpi ma immagini dell'Immagine, esangui manifestazioni della Sua somiglianza.


ELIO SPADA

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