ESPIAZIONE di Ian McEwan

 "Sono colpevole sotto ogni aspetto, ma sono anche innocente, completamente innocente."

Eloisa ad Abelardo - lettera II

UN LIBRO IN BIBLIOTECA

Quaranta pagine, le prime, di ottima letteratura. Prosa scorrevole; periodare agile anche se intenso; tecnica descrittiva whartoniana, dunque eccellente. Ad ogni riga, in ogni parola, ogni aggettivo, ogni avverbio il fraseggio di Mc Ewan si distende con ampia e quasi autocelebrativa gestualità. Insomma, ci si annoia.

Poi, esattamente a pagina 40, una deflagrazione manda in mille pezzi l'oleografia. Èuna bambina a squarciare la nebbia dorata del testo. E si rivelano solchi netti, precisi, profondi, del pensiero. Filosofia, insomma. È un ramo che si spezza e che precipita sul lettore spiazzandolo. Una mano, un dito che si muove, un interrogativo silenzioso. Il velle tomistico conficcato e messo a nudo in una tenuta alto borghese del Surrey inglese. Si tratta, qui, del tempo - volontà; dell'istante inafferrabile e inconoscibile indicato ma non rivelato, È il presente dell'assenza e dell'attesa attorno al cui mistero s'agita lo sforzo inconsciamente epistemologico di quella fanciullina che (facile intuizione) sarà coprotagonista dell'intera narrazione. L'osservatore si osserva in totale autoreferenzialità; l'io narrante tenta di fotografare il sé narrato.

Prende le mosse proprio da questa magistrale descrizione del continuum propriocettivo di Briony, un percorso narrativo vertiginoso lungo il quale scorre "...l'istante che separava la quiete dal moto..." . La bambina scopre folgorata che "Era impossibile cogliersi di sorpresa. Esistevano soltanto il prima e il dopo". Tragica riflessione sull'inesistenza logica, cronologica e psicologica del presente. Del tempo, insomma. Nessuno sviluppo è reale al di fuori della parola scritta, creatrice del pensiero. È l'azione, l'agire, a determinare la coscienza. Non viceversa.

Dioniso precede Apollo e lo genera. Per questo Briony abbandonerà con un taglio netto la sua vocazione teatrale. Lo farà tramite la violenza di un rito sacrificale.

Assaporare l'ineguagliabile potenza simbolica e descrittiva espressa da McEwan con la strage di ortiche perpetrata da Briony in preda a un parossismo incontrollabile, è un piacere intenso. La figura di Briony si dilata nello spazio psicologico e iconico del testo assumendo proporzioni tragiche: a colpi di frusta (ricordate la frusta di Laio che si alza contro Edipo?), uccide il suo teatro, il suo pubblico di ortiche, decapitandole, schiantandole; uccide lo spettacolo e gli spettatori uno ad uno, falciando il sogno rappresentato da un'impossibile rappresentazione che può solo riprodurre il mondo senza produrlo. Sterminando i suoi nemici-amici: "...gli spasimanti dovettero morire con lei. " Morte, resurrezione, morte: "Quando Lola fu morta abbastanza, tre coppie di giovani ortiche vennero sacrificate per l'incompetenza dei gemelli. (...) Poi fu la volta della scrittura teatrale; anch'essa diventò un'ortica (...) per l'inefficacia della finzione". Perchè il teatro si limita a interpretare, a falsificare, a mettere in scena la finzione (non il falso) mentre il logos-scrittura crea ex nihilo un mondo. Anzi, "il" mondo. Nessuno sviluppo è reale. Niente panta rei: uno sconfinato nulla che solo la parola - azione è in grado di materializzare. Anzi, di creare. È la parola, semantema assoluto, a generare il nuovo, il tempo, lo spazio. Ecco perché "Non esisteva intervallo che precedeva la comprensione dei segni". Il segno come il sogno, non indica la realtà del mondo ma la partorisce e le conferisce una radicale ambiguità insieme al potere incerto dell'evidenza. Briony avverte subito l'oscura certezza del "...grande potere che uno era in grado di esercitare sull'altro, e di quanto fosse facile fraintendere tutto, ogni cosa." Ecco perché "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe..."

Così, immediatamemente svanisce ogni norma, ogni riferimento morale: ogni creazione presuppone assoluta premoralità ed esonera il creatore (scrittore, artista) "...dal dover risolvere l'imbarazzante conflitto tra bene e male, tra eroi e antieroi".

Briony, antieroina per eccellenza, possiede, insieme a un'ambizione inversamente proprozionale all'età, anche un ossessivo e pericoloso senso del dovere e dell'ordine: è la visione letterale, dunque paranoide, del mondo che rende creativa la scrittura e l'arte in genere. Anche se il prezzo è altissimo fino a produrre un'autolesionismo che ben presto subirà una drammatica deviazione.

Tutto accade a lungo, nella quiete assopita della tenuta di famiglia: il grande parco, il fiume, il laghetto artificiale. La natura, insomma, partecipa all'azione, ne fa parte integralmente. Il dramma epslode in un paesaggio in lento dissolvimento. Tutto attorno a Briony sembra sbriciolarsi lentamente. Come il tempietto sull'isola che cade in rovina esprimendo le tonalità acide di una apparentemente inarrestabile decadenza non solo materiale che si estende a tutto il mondo, simboleggiata dai "...brandelli luridi delle ragnatele ammuffite." Sopravvive solo un'allure nostalgica che il menage opaco di casa Tallis riflette sull'ombra scolorita di Emily e sulle sue emicranie. L'intera società appare preda di una psicosomatosi multiforme e onnipresente. Le figure umane, ad eccezione di Briony, si muovo a stento e stanno come le gambe della vecchia cassapanca ormai inutile"...impegnata in un lento processo di dissoluzione". Inutile come le grandi finestre della sala da pranzo bloccate "...perchè gli infissi si erano imbarcati molto tempo prima...". Si delinea intanto, poco a poco, con leggere fratture nello strato denso delle convenzioni, un gruppo sociale avvolto in un'ombra fitta di ipocrisie, di modi simili a menzogne, di silenzi quasi sempre colpevoli dai quali nessuno è esentato ma, anche, dei quali nessuno ha colpa. Lo spiega bene ancora una volta l'arte narrativa sottile e psicologicamente precisa di McEwan quando Emily per un orribile "quieto vivere" tace sulle frequenti e sospette assenze del marito. Tace perché "...non c'era niente da dire".. Perché ogni parola poteva rappresentare "...un'intrusione futile nei meccanismi del mondo".

Briony appare come l'unica forma di vita cosciente e attiva in un'universo popolato di presenze diafane. Anche se in seguito nel corso della narrazione questa impressione sarà modificata in maniera radicale ed altri attori occuperanno da protagonisti la scena. A parte la presenza preminente di Cecily e Robbie, un ruolo significativo emerge a carico di Leon, il fratello maggiore di Briony. Rappresenta, Leon, un personaggio dai tratti dostoievskiani. Per lui non esiste "...nessun malintenzionato, nessun bugiardo, né traditori, né imbroglioni". Anche se tra poco esploderà la più sanguinosa delle guerre "Letteratura e politica, scienza e religione non lo annoiavano, semplicemente non avevano posto dentro il suo mondo". Una laurea, presto efficacemente dimenticata, nessuna ambizione, un buon posto in banca dove "Viviamo in attesa della sera e del fine settimana". Un perfetto "giovin signore". Ma questo è ciò che appare di Leon: un ingenuo timido sognatore, una specie di principe Myskin, inguaribile ottimista, interessato solo al canottaggio mentre là fuori il mondo corre verso la catastrofe bellica. Ma c'è un'altro foglio da esaminare. La pagina successiva rivela il cuore nascosto del fratello di Briony, il suo "...raffinato artificio..." prodotto da anni di dura disciplina interiore e fisica. Leon è un moderno fachiro, un asceta del XX secolo poiché "...i confini angusti della sua esistenza erano stati raggiunti grazie ad una meticolosa fatica invisibile..." . Ciò che appare non è reale. "...Malleabile e incantevole in compagnia..." Briony capisce solo quando gli si avvicina: il suo braccio "...aveva la consistenza di un legno duro tropicale". Leon indossa sempre una maschera. Come tutti noi. Briony sconterà fino in fondo, per molto tempo, la sua "colpa".

Lo farà vivendo come infermiera nel dolore degli altri, dei reduci, dei feriti, dei moribondi. Un dolore che in lei si fa feroce, nauseante, opprimente dal quale per la giovane nasce inatteso il novum che dà un senso al titolo del romanzo. Briony si immerge profondamente nella sofferenza altrui, la osserva, la combatte, la vive dapprima con angosciata soddisfazione, poi con gioia snervante, infine con felice consapevolezza. Intanto impara, insieme alla morte, l'amore. Si conclude in un ospedale, immerso nell'odore violento della guerra e dei suoi esiti, la lunga adolescenza di Briony mentre cresce e si espande "...la consapevolezza acuta di una conclusione ormai prossima".

Con lei soffriranno anche altri. Cee, sola nel mondo difficile del dolore, dei malati, dei feriti, dei morenti. Ronnie, incolpevole, con anni di carcere e con le durezze inenarrabili di una sanguinosa guerra. Anzi di una catastrofica ritirata in cui le forze del male sembrano svolgere un ruolo di ferreo giustiziere "qui tollis peccata mundi". Anche queste pagine memorabili nelle quali McEwan riesce a tradurre icasticamente fame, sete, dolore, terrore, crudeltà, morte con tratti quasi preraffaelliti nonostante la crudezza del realismo descrittivo. Qui la guerra assume i contorni di un'opprimente eternità; uno sfondo sul quale si agitano innumerevoli forme sofferenti. Il resto, il percorso verso la conclusione, si snoda sempre più sfumato verso il rosa arancio intenso di un tramonto simbolico, nel quale il passato lascia nel presente tracce visibili ma sempre meno profonde. McEwan sfiora, senza però toccarlo, il finale rosa nel quale vivranno tutti felici e contenti. Un finale con qualche goccia di rosolio in eccesso. Anche se il tramonto, pure molto lungo, costringerà Briony ad un'interminabile espiazione (altri, pur incolpevoli, l'hanno già fatto) fino alla fine e, forse, oltre. "Ora basta però, devo dormire."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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