LA LEGGENDA DELLA GINA

"Ragazzi, sabato vi porto in Grigna".
Lo sguardo ispirato e il tono estatico non lasciavano presagire alcunché di buono. Così , come quasi sempre accadeva in simili occasioni, il perentorio invito dell'Emo precipitò con un tonfo silenzioso nel vuoto delle coscienze già imbesuite dalla nebbia padana targata Marlboro che aleggiava perennemente in redazione.

Erano pressappoco le 18 di un giorno qualunque, di una qualunque piovosissima metà d'ottobre del 1985. O forse erqa l’86 o ’87. Poco importa.
Lui, l’Erno Giacchi, classe 1944, fisico asciutto da camminatore e barbetta nerissima da cacciatore delle Alpi, una risposta non se la aspettava nemmeno. Per questo rimase del tutto indifferente al lungo silenzio che seguì le sue parole,e continuò a tormentare la tastiera del computer. Lo chiamavano Rambo per via dei giubbetti paramilitari fitti di tasche, taschini, cerniere, lacci e lacciuoli che portava sempre addosso. Ma proprio sempre. I più malevoli insinuavano ammiccando che ne indossasse uno anche "in certe occasioni", senza peraltro specificare quali. Il che suscitava immediatamente una raffica estenuante di spiegazioni non richieste sull'inarrivabile e imparagonabile comodità del gilè pluritascato rispetto a borse, borselli, zainetti aut similia. Proprio così: l 'Emo diceva sempre aut similia , o pacta servanda sunt per far capire che lui e la perifrastica passiva erano culo e camicia.

Insomma, la cosa sembrava destinata proprio a finire lì, nell'indifferenza ecumenica che gratificava tutte le proposte dell 'Emo dalle quali era impegno comune e imprescindibile tenersi lontani. Ma quella volta Rambo tirò fuori dalla manica un asso di dimensioni gastronomiche: "Non sapete quel che vi perdete. II rifugio è gestito da una mia amica che i n confronto il Gualtiero Marchesi fa la figura del ciculatée. Figuratevi che è di Trento". Nessuno colse il significato gastrogeografico della precisazione anche perché l'oratore trascurò di parlare dei canederli. "E poi sabato - aggiu nse con serafica sicumera - ci sarà il sole". Forse l'oroscopo di qualcuno segnava bello proprio per quel sabato. Forse c'era, fra quelle anime belle, chi pensava ad una semplice scampagnata. E poi una bella camminata i n montagna fa bene alla salute. E anche le squisite robiole di cui la Valsassina è millenaria produttrice.
Quattro volontari gettarono così il senno oltre l'ostacolo e offrirono il petto al sacrificio, pronunciando un “ok, veniamo” le cui conseguenze nessuno era, in quel momento, in grado di valutare con adeguato discernimento.

Lo sciagurato dell'Erno distribuì con grande generosità accurate prescrizioni su "abbigliamento, generi di conforto, attrezzatura aut similia" necessari alla scampagnata che avrebbe dovuto concludersi in tre ore, "massimo quattro se qualcuno si porta uno zio paral itico. Partiamo venerdì dopo cena. Ore 8 pièm. Ci sarà luna piena". Per una di quelle sfortunate e irrimediabili distrazioni delle quali si nutrono i destini collettivi e individuali, nessuno attribuì a quel "dopo cena" il suo reale e tragico significato. Alea iacta est, sentenziò l'Erno pizzicandosi il pizzetto. E dopo un'occhiata all’orologio con altimetro che portava al collo, salutò con un rauco "tempus fugit, ego quoque" e scomparve.

All'appuntamento, nella piazza comunale di Pasturo, si presentò, alle 9.05 pièm di quel venerdì, un 'Alfetta carica di milanesi e di zaini. L'Emo, sul posto da quasi un'ora e mezza, salutò con un ringhio l'incolpevole Angelo che ebbe la sfortuna di scendere per primo dall 'auto. Lo sguardo, il mento all'insù, l'atteggiamento complessivo dell'Emo esigevano più che una spiegazione, una giustificazione del gravissimo ritardo. Soprattutto reclamavano un colpevole. Uno ad uno misero tutti piede a terra. Poi dallo sportello anteriore destro sbucarono due scarponcini rosa shocking targati Fiorucci, seguiti da altrettante gambe fasciate da fuseau verde metallizzato. Quindi, in armonica sequenza, una mano destra inanellata, una sinistra come sopra che reggeva in sovrappiù uno zainetto 30 x 30 griffato Naj Oleari verde pisello, fitto di tettarelle arancioni, una giacca a vento gialla con pelo nero a guarnire collo e maniche. L'Emo capì immediatamente che le cose si stavano mettendo malissimo. Infatti Walter si era portato anche la Ginevra, prima responsabile del ritardo: non trovando zaino e burrocacao li aveva cercati, per quasi tre quarti d'ora, nelle numerose borse e borsette di cui disponeva.

Con il Walter si parlavano, fra alti (poch i ) e bassi, da almeno tre o quattro anni. Con l'Erno, i n vece, non si parlavano affatto. Nessuno era mai riuscito a capire perché. Lei lo definiva "muflone neozotico". Lui la chiamava, "Gina tuttatette" oppure, con delicata metafora, "big airbag".

Lavorava, la Ginevra, in un'agenzia di viaggi di corso Buenos Aires. Aveva un 'età misteriosa e indefinibile sulla quale manteneva il più rigoroso riserbo. Trentaci nque, forse quarant'anni comunque molto ben portati. Spesso, dopo la chiusura, veniva a prelevare il moroso i n redazione ondeggiando su tacchi altissimi verso la macchi netta del caffè espresso, in fondo al corridoio. Dopo dieci secondi l'angusto vano si riempiva del profumo della Gina e di caffei nomani in pretestuosa crisi di astinenza. Solo l'Erno rimaneva al suo posto, a pestare furiosamente sulla tastiera ignorando con ostentazione la Gina eccetera eccetera e a lisciarsi nervosamente il pizzetto. Così, quel venerdì di pioviggine, Rambo trovò un altro buon moti vo per detestarla. Ma ormai era fatta. Le truppe, alle 9.35  si misero in cammino con l'Erno in testa a fare il passo. II tempo non era propizio. Dal cielo, che da qualche parte doveva pur esserci, cadeva qualcosa di indefinibile: non era pioggia, non era nebbia ma inzuppava i vestiti e limitava la visibilità.

(segue)

MICHELA MAGNI

Il racconto è stato premiato dal Comune di Moggio nel 1999 e in seguito pubblicato

 

 

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