LA LEGGENDA DELLA GINA (2)

Poco dopo le ultime case, Rambo proruppe con tono imperioso: "Tirate fuori le pile, accendetele, puntatele verso il basso davanti a voi e proteggetele dall 'umidità". Più facile a dirsi che a farsi. Antonio si lamentò che nessuno gli aveva detto di portare una pila. Angelo estrasse dalla giacca a vento una torcia tascabile con annesso portachiavi.

Nelle mani di Oreste comparve qualcosa di simile ad un pacchetto di sigarette incrostato di ruggine: ci fu un click e da un piccolo oblò una microscopica lampadina esalò gli ultimi bagliori di una faticosa agonia. Otto paia di occhi si puntarono su Walter il quale, mani in tasca, era impegnatissimo a scavare il terreno con la punta di uno scarpone. "Siamo fregati - gemette Rambo lanciando uno scaracchio che si perse nell 'umidore notturno - La mia pi l a non basta a. . .".

Un violento fascio luminoso gli spezzò la parola fra i denti e avvolse i l gruppetto disegnando ombre l unghissime e nette sulla barriera del sottobosco. L'Emo si girò di scatto ma la luce era così forte che non riuscì a vedere nulla. Poi dal vertice del cono luminoso nel quale erano immersi giunse uno squittìo: "Questa va bene?". La Ginevra impugnava una gigantesca Beghelli a doppia lampada con intermittenza e parabola a specchio in grado di far evaporare una goccia di rugiada a 50 metri almeno. Nessuno riuscì a capire come fosse riuscita ad infilarla nello zainetto coi ciucci. Lo stupore degl i Argonauti, così li aveva ironicamente definiti poco prima l'Emo a causa dell'elevata umidità ambientale e dell’avventura che si apprestavano ad affrontare, impedì loro qualsiasi reazione, commento o semplice mugugno.
La truppa si rimise silenziosamente i n cammino con Giasone a tirare il gruppo e la Gina in coda ad illuminare la rotta verso i 241 0 metri della lontana Colchide che, per cinque dei sei audaci, era davvero terra incognita.

Nel corso del quarto d'ora successivo si udirono solo il rapido ansimare di cinque trachee sotto pressione e il tonfo cadenzato di sei paia di scarponi che avanzavano lungo una china acciottolata che sembrava farsi sempre più ripida. Ad interrompere il lento procedere ci pensò l ' Antonio: "Ostia, non ci vedo un 'ostia"
sbuffò improvvisamente. Immediata sosta e raffica di sguardi interrogativi. "Mi si sono appannati gli occhiali. Così non vedo più niente". Il fiato, salendo vaporoso verso le profondità del cielo notturno, si era condensato sulle spesse lenti da miope.
"Dai qua" sbottò il maschio alfa e strappò letteralmente dal naso gli occhiali all'atterrito Antonio. Poi, con gesto rapido, avvicinò le lenti alla bocca, ci sputò sopra, spalmò ben bene la saliva e restituì il tutto al legittimo proprietario. "Mettiteli. Vedrai che così va meglio".

Antonio girò intorno lo sguardo mendicando un barlume di solidarietà. Gli altri, per tutta risposta, si misero chi a sistemarsi le stringhe degli scarponi, chi a soffiarsi il naso. Il più creativo, Walter, era intento a tormentare l'unghia del mignolo destro con quella dell’omologo pollice offrendo inequivocabile dimostrazione, insieme, dell'opponibilità di quest'ultimo alle altre dita e della propria appartenenza alla specie homo sapiens sapiens. La Gina, invece, almeno così parve all’Emo, sembrava divertita e osservava silenziosa. In qualche modo riparti rono e dopo meno di un minu to riprese l'ansimare affannoso del gruppo. L'Emo, invece, fischiettava.

Trascorsero circa due ore. La scomparsa della pioggia e la comparsa della luna colsero tutti di sorpresa a pochi metri dai resti del rifugio Tedeschi travolto anni prima da una gigantesca slavina. Il tempo sembrava aver cambiato idea e il bosco era ormai alle spalle, un centinaio di metri più sotto. Qualche mil ione di anni luce più sopra spuntò, inatteso, ben visibile e ormai alto sull'orizzonte, il grande cacciatore:Orione, che la luce di Selene non riusciva a nascondere, osservava in siderale silenzio le sudate fatiche di quella minuscola cellula di umanità.

"Alt! Sosta ristoratrice", annunciò Giasone al gruppetto di Argonauti ormai in evidente difficoltà. E con stupore prossimo all'incredulità si accorse che la Ginevra, senza il minimo accenno di fiatone, si era già accomodata sotto un residuo di tettoia e stava mangiucchiando qualcosa. Era una barretta ipercalorica. E subito dopo ne saltò fuori un 'altra. Poi fu la volta di un sacchettino di uva passa. La Gina triturava rapida centinaia di kilocalorie. E beveva da una bottiglietta trasparente lunga e stretta con una specie di tettarella arancione per tappo. Era Gatorade!
Gli altri, lo sbalordito Emo compreso, si stavano dando da fare con panini in ammollo, bistecche impanate i n preda a rigor mortis e una bottiglia di liquido nerastro che l'Oreste chiamava vino. E che venne vuotata in pochi minuti solleticando la vis latina dell’Emo il quale sbottò: “hic sunt beones”. Nessuno se ne accorse..

(segue)

MICHELA MAGNI

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