LA LEGGENDA DELLA GINA (3)

Un quarto d'ora dopo, senza più bisogno della Beghelli antiaerea grazie alla luminosissima luna, si rimisero faticosamente in cammino lungo un ripido e interminabile pratone ricoperto da 10 centimetri di neve fresca. "Avanti, tacitae per amica silentia lunae" buttò lì l'Emo-Giasone latineggiando con sciagurata protervia. Il freddo incominciava a pungere.

La Ginevra, intanto, aveva guadagnato quattro posizioni e marciava zitta zitta sollevando leggera gli scarponcini rosa shocking producendo nel contempo insinuanti oscillazioni del bacino. Ma gli occhi di tutti erano fissi alle punte degli scarponi che ai più parevano diventati di piombo.
L'Emo, che aveva smesso di fischiettare, di tanto in tanto gettava un'occhiata preoccupata alle sue spalle. La Gina era sempre lì che sgambettava. La fatica, intanto, cresceva in proporzione diretta all’inclinazione del terreno che si faceva più aspra ad ogni passo.
La pendenza aumentava con ossessiva monotonia insieme alla frequenza respiratoria del gruppo. Walter fu il primo a proporre uno stop: "Mi si è slacciato uno scarpone" fu la spudorata menzogna. Ripristinare il corretto annodamento di una stringa richiese un interminabile quarto d'ora durante il quale Angelo giaceva stravaccato sullo zaino con lo sguardo spento e i capelli appiccicati alla fronte. Antonio, avvolto in un plaid che aveva portato arrotolato sotto il coperchio dello zaino, tentava di battere a terra i piedi gelati con l’unico risultato di riempirsi di neve gli scarponi.

La luna rovesciava sulla montagna torrenti di l uce lattescente. L'alba e la Colchide erano ancora lontane. Forse, pensava l'i ncipiente calvizie dell’Oreste, non esistevano neppure. Esistevano i nvece due grosse vesciche ad altezza di tallone che da circa un'ora tormentavano Angelo. "Ragazzi, se conti nua così mitolgo gli scarponi e proseguo con le calze" gemette.
Il gruppo si fermò all'unisono, questa volta senza nemmeno il solito "Alt!" del capobranco. La Beghelli della Gina mise a nudo piaghe rotonde a base di carne viva. "Chissà dove ho messo i cerotti" borbottò I 'Emo-Giasone, frugando in una scatoletta metallica.
"Questi vanno bene?" La voci na della Ginevra colpì come una mazzata cuore ed orgoglio virile dell'Emo. In un’esile mano guantata si materializzò un piccolo parallelepipedo di plastica trasparente, dotato di apposito coperchio con chiusura a scatto, nel quale giacevano in bell'ordine una decina di cerotti di ogni misu ra e dimensione, due dei quali finirono a proteggere con precisione chirurgica i calcagni spellati dell'Angelo il cui sguardo, carico di infinita gratitudine, si posò per un attimo sulla Ginevra che la luna, altissima e lontana, faceva ancora più pallida. Le sorrise. Gli sorrise. Poco dopo lo zainetto carico di ciucci prese l’iniziativa e si rimise i n cammino nella faticosa funzione di apripista. Gli altri seguirono.
Ombre grinzose, come foglie annerite dal gelo, avanzavano strisciando su uno strato di neve il cui spessore aumentava insieme all’altitudine. Cristalli ammiccanti gemevano sommessamente sotto gli scarponi.

L' Emo, con le mani dietro la schiena, occupava la seconda posizione. E guardava la figura esile che procedeva leggera davanti a l ui. E l a rivedeva ondeggiare con i tacchi da suicidio, le ciglia mascarate, il doppio airbag e tutto il resto. E pensava di non averla mai vista. E anche adesso non la vedeva più! Si era distratto. Era soprappensiero. O forse la Gina si era fermata e lui non se ne era accorto. Poi guardando meglio la vide sbucare dietro un grosso masso, quaranta metri più avanti, più su.
Accese la pila e allungò il passo seguendo le minuscole impronte lasciate nella neve dagli scarponcini rosa della Gina. Non intendeva certo misurarsi con lei in un impari confronto. L’Emo, sempre in perfetta forma, era in grado di percorrere l’intero tragitto, andata e ritorno (3600 metri di dislivello complessivo) in poco più di quattro ore.Voleva solo stabilire in quanti secondi (trenta? Quaranta?) sarebbe riuscito a raggiungere lo zainetto con le tettarelle. Allungò ancora la falcata puntando ai deboli bagliori metallici dei fuseau che il fascio della torcia elettrica eccitava in una danza spettrale.
Furono necessari dieci minuti, all’Emo, prima di poter distinguere chiaramente i ciucci arancioni in campo verde. Ansimante si fermò. Anche i ciucci si fermarono. Però non ansimavano. All'Emo sembrava che non respirassero neppure.
"Gli altri saranno qui fra poco" bofonchiò respirando forte. Attesero senza dire altro, i n piedi, l'uno accanto all'altra.

MICHELA MAGNI

(segue)

 

 

 

 

 

 

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