LA LEGGENDA DELLA GINA (4)

La Bocchetta della Bassa, con il piccolo bivacco degli alpini, era ormai ben visibile inondata dalla luna. Ginevra mise una mano in tasca e gli porse qualcosa. Era una fiaschetta di plastica bianca col tappo rosso: "Carboidrati liquidi con creatina - pigolarono le labbra lucide. - Danno una carica rapida e duratura. Prova''.

L'Emo, che di solito usava come integratore energetico pane e salame, non si accorse di allungare la mano, né di portare la bottiglietta alla bocca, né di bere. Si sentiva male. No, stava bene. Insomma si sentiva strano. Sapore dolciastro, leggero bruciore in gola. A guardar bene, la Ginevra aveva un bel naso. Ancora sapore dolciastro. Faceva freddo.
L'arrivo degl i altri quattro lo colse di sorpresa e lo infastidì. Walter si fermò e annunciò: “Io di qui non mi muovo più. Chiamate l 'elicottero. Va bene anche una barella". Oreste, il più pratico, chiese: "Quanto manca? Sono già le cinque e mezzo". L'Emo non rispose subito. Poi si scosse bruscamente: "Circa tre quarti d'ora. II sentiero porta dritto al rifugio". E alzò il braccio puntando l’indice verso il cielo. La sagoma tozza del rifugio Brioschi era ben visibile, là in alto. Sembrava davvero vici nissimo.

“Meglio non fermarsi troppo. I muscoli si affreddano e ri partire diventa più difficile. Se l'acido lattico prende il sopravvento camminare diventa una tortura. Forza". Così parlò Ginevra. L’Emo si accorse di avere la bocca spalancata. La richiuse con uno scatto, deglutendo più volte.
Ripartirono, i più di passo stracco, un tornante dopo l'altro. Alla bocchetta, pochi metri dopo il bivacco, una piccola costruzione in muratura, la Gina che occupava la seconda posizione, si lasciò lentamente superare dagli altri. L'Emo tirava il gruppo guardando torvo la punta del piede a monte e contando i passi. Ma non era più stanco. Gli avevano fatto bene i carboidrati della Ginevra.
Ginevra! Si girò di scatto femandosi. Walter lo tamponò e fu tamponato da Antonio che si prese uno spintone da Oreste che non subì conseguenze perché l'Angelo era dieci metri più indietro.

"Ragazzi, dov'è la Gina?"
L’interrogativo trovò risposta in un silenzio unanime e ansimante.
Inutile aguzzare lo sguardo verso la valle: era sparita. L'Emo tornò in sella: "Voi andate avanti. Non potete sbagliare. Il rifugio è sempre visibile e fra venti minuti sarete al caldo. Io vado a cercare la Ginevra. Deve essersi fermata per qualche motivo. Sapete, le donne ...". Girò sui tacchi e scese quasi correndo lungo il ripidissimo sentiero.
Quando, ansimante, fu in vista del bivacco, la vide. Era seduta davanti alla porta della piccola costruzione in muratura.
Anche lei lo vide. Si alzò lentamente, accese la pila ed entrò. Lui la seguì. La luna venne cancellata da un 'aurora gelida e impaziente.

L'ingresso al rifugio per poco non costò un infarto all’Angelo, i l primo a metter piede nell'angusto atrio. Il termometro, accanto alla porta, segnava meno nove. Nella penombra udì uno scalpiccìo provenire dalla scala di legno che portava alla zona notte e ai locali dei custodi. Si girò di scatto trovandosi viso a muso con un mostro peloso dalle zanne lucide e bianchissime. Settanta chili di sanbernardo annusarono a lungo, sfiorandolo, un volto umano irrigidito dal terrore. Poi , dopo una interminabile pennellata di bava schiumosa, Berg ripose la lingua ruvida e risalì con mansueta lentezza i gradini tornandosene da dove era venuto, tornando ai suoi sogni di cane.

Si addormentarono subito, completamente vestiti, anche i quattro Argonauti che infilarono due a due le prime porte che capitarono loro a tiro. Walter non si tolse nemmeno lo zaino e cadde bocconi sulle coperte gelide mettendosi immediatamente a russare. Fu anche il primo a svegliarsi. Diede uno scossone all'Angelo nella cuccetta accanto: "E l'Emo? L' hai visto rientrare? Che ore sono? E l a Ginevra?". Quattro domande ottennero un unico bofonchio: "Dieci e mezzo". L’Angelo si girò e riprese a russare. Walter uscì nel corridoio, entrò i n un 'altra cameretta e tentò invano di svegliare gli altri due. Poi si infilò la giacca a vento, gli scarponi senza allacciarli e uscì.
Il rifugio sembrava disabitato nonostante l'ora tarda.Si affacciò alla ringhiera e guardò verso il basso. La montagna era bianca e deserta. Il sentiero pure. Duemiladuecento metri più in basso il lago strappava blu al cielo. Il sole era caldo e faceva bene sentirlo i n faccia, sulle mani, nel cuore. Stalattiti di ghiaccio appese al tetto lacrimavano intensamente. Girò dietro i l rifugio quasi di corsa, senza sapere perché.

L'Emo e la Gina, infilati nella stessa giacca a vento, una manica ciascuno, stavano i n piedi accanto alla grande croce di ferro sulla vetta. Guardavano lontano. L'Emo le scostò dal viso, con un soffio, una ciocca di capelli nerissimi. Lei girò il capo, vide Walter, gli sorrise e tornò a guardare l'immenso anfiteatro delle Alpi. L'Emo rimase immobile. Per sempre.

MICHELA MAGNI

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